Sulla qualità

Sedie Vuote

Ovvero un discorso sulla qualità nelle platee

Partiamo dal ’69

In una conferenza del 1969, Herbert A. Simon, fece l’intervento che direzionò i successivi 50 anni di ricerca sulla razionalità limitata e vedremo come questo c’entra sul discorso sulla qualità in teatro. Il nobel per l’economia usò un aneddoto che fu chiaro per la sua banalità per introdurre un concetto con implicazioni davvero enormi. La sintesi di questa storiella è questa qui: i suoi vicini di casa regalarono alla figlia due conigli, un maschio e una femmina. “Considerato che il cibo è essenziale per gli esseri viventi, un mondo pieno di conigli è dunque un mondo povero di lattuga”. Poi concluse con la famosa frase “now we live n a rabbit rich-world“.Fece questo esempio per parlare del problema dell’informazione in un mondo che ne sta producendo sempre di più e a una velocità sempre maggiore. La ricchezza di informazione, infatti, crea un deficit. Nel mondo ricco di conigli il deficit è la lattuga, mentre nel mondo ricco di informazione è l’attenzione. “Questa situazione impone la necessità di ridefinire tale attenzione in modo efficiente, tra la sovrabbondanza di fonti di informazione che potrebbero consumarla”. Questa è la conclusione di Simon.

Ora, perché parlare di questo quando vorrei andare a parare su un discorso che vorrebbe trattare di teatro? Datemi corda, ci arrivo.

Su cosa mettere l’attenzione?

Di certo Simon ha avuto la giusta intuizione: in un mondo ricco di informazione il bene che scarseggia è di certo l’attenzione. Ma non poteva prevedere la forte accelerazione della massa di informazioni prodotte oggi. Nessun precedente nella storia: gli analisti affermano che dal 2017 al 2019 si è prodotta la stessa quantità di dati che in tutta la precedente storia dell’uomo. Ma il punto a cui vorrei approdare è la questione dell’attenzione. L’attenzione è il nocciolo dell’argomentazione di questo mio breve articolo. Come misurare l’attenzione? Misurarla in bit secondo l’indicazione di Claude Shannon nel saggio Una teoria matematica dell’informazione (Bell System Technical Journal, 1948) non è possibile. L’unica misurazione affidabile al momento è il caro, vecchio e affidabile tempo. Bisogna misurare l’attenzione in minuti e ore, anche se questo potrebbe comunque portare a dei limiti. Inoltre, suggerisce Simon, bisogna tenere presente tutto il sistema produttivo, che comprende produttore e fruitore dell’informazione. Chi l’informazione la tratta e la realizza e chi invece la consuma, ovvero l’audience.Qui arriva la sorpresa degna di un premio Nobel: l’esempio del giornale. Il costo del giornale non è sostenuto solo da chi lo produce e lo distribuisce, ma anche da chi lo legge. Quindi il costo del giornale è da calcolare sommando il costo del suo editore e quello impiegato dal lettore impegnato nella lettura. Provate voi a calcolare il costo della vostra lettura.

Calcolatrice alla mano

Quanto vi costa leggere? Non parlo del costo del libro ma del costo del vostro tempo. Un impiegato o un qualsiasi professionista non viene pagato, oggi, se non per il tempo che dedica a qualcun altro per fare una certa cosa. Il tempo di una dottoressa abbiamo deciso che vale di più, a parità di quantità, del tempo di un estetista. Simon non spiega bene quale sia il calcolo da fare su questa provocazione, ma noi cerchiamo di portarla avanti anche solo per capire dove poi andremo a finire con questo ragionamento.Dovremmo moltiplicare la durata della lettura per il valore-orario del proprio tempo. Se provassimo a supporre, ragionevolmente, che la paga media per lavori orari è di circa 12 euro all’ora e fissiamo a 40 minuti come tempo impiegato per leggere un giornale (nessuno di noi lo legge tutto tutto tutto) allora avremmo che la lettura ci costa circa 8 €, ossia [(12 € : 60 minuti = 0,20 €) x 40 minuti = 8 €].


Il costo del giornale è allora di 8 € più il costo del giornale che è di circa 2 €. 10 euro in totale per quel giornale.

Dove sta allora il valore?

Mi seguite? Significa che l’80% del valore complessivo di un contenuto informativo (acquisto e lettura in questo caso) dipende dall’attenzione del lettore. Se adesso pensiamo al teatro dovremo ricordare che, a differenza della musica o del cinema, questo va principalmente fruito in tempo reale e in presenza, senza fare altro. Cioè non potete guardare le ultime 3 puntate di Tenebre e Ossa mentre stirate le camice (in quel periodo ne ho indossate una caterva e le ammucchiai da stirare). No, mentre guardate Tradimenti di H. Pinter messo in scena dalle Officine Teatrali potete solo partecipare guardando la scena e facendovi coinvolgere dalla bravura degli attori, se sono bravi. Se ci pensate, facendo pagare un biglietto 10 euro per coprire i costi di produzione (attori, prove, tecniche, sala, biglietteria, segreteria prenotazioni, pubblicità, ecc…) dovrei aggiungere almeno altri 8 euro se lo spettacolo durerà 40 minuti. Quindi abbiamo il costo di un biglietto teatrale medio, ossia 18 €. Mediamente il biglietto a Milano viene 20 euro, quindi il costo totale, compreso il costo di attenzione del pubblico (sperando che malauguratamente non ci sia una cardiochirurga che alza la media) verrebbe alla fine a costare 38 euro. Si perché uno spettacolo solitamente dura 1 ora e mezza e quindi il costo medio dell’attenzione sale a 18.

La rivelazione e la scoperta dell’acqua calda

Capite bene, in conclusione, quanto diventa incriminante la qualità di uno spettacolo, come anche l’importanza dell’educazione del pubblico, la promozione della cultura teatrale. Questo gioco intellettuale non ha molto valore sul piano quantitativo, ma su quello qualitativo è rivelatorio. Dopo la crisi del 2008 in Gran Bretagna il lettore di giornale non ha abbandonato il proprio quotidiano in presenza di un aumento del prezzo. Lo ha fatto quando è stato deluso dalla qualità di quello che vi ha trovato. Non me ne vogliate se ho troppo semplificato il discorso, ma al massimo approfonditelo con i testi di H. A, Simon in Causalità, razionalità, organizzazione (1985), La ragione nelle vicende umane (1983) ma soprattutto, per far prima perché è breve, Il labirinto dell’attenzione (2019) dalla cui introduzione di E. Bevilacqua ho preso questo ragionamento.
So che faccio alzare il sopracciglio a molti colleghi attori, registi, produttori e organizzatori teatrali, ma additare i costi, l’economia di mercato o chissà cos’altro per incriminare la crisi del pubblico teatrale, ha solo l’effetto di rimandare il discorso sulla qualità di quello che portiamo in scena. Secondo le ricerche dell’ultimo secolo (ormai sono davvero tante sia quelle quantitative che quelle qualitative) non è altro che una questione di qualità. Non servono escamotage digitali, né scenografie ronconiane, né abbassare il livello culturale e trattare di temi “leggeri” se ne esistono. Tutte queste cose vanno bene, purché si siano al servizio dell’unica cosa che serve davvero. Serve la qualità. Investiamo su quella e il pubblico tornerà.

Samuel Maverick Zucchiati
Formatore, educatore e consulente
Insegnante di teatro presso le Officine Teatrali

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Sulla qualità

Un commento su “Sulla qualità

  1. Giusto Samuel, non fa una piega!
    Soprattutto se pensiamo a questi ultimi tempi, in cui arriviamo a preferire riunioni, meeting e varie on line per risparmiare il tempo degli spostamenti
    Il valore della qualità calcolato sulla base di unità-tempo professione hanno reso quantificabile chiaramente questa misura.
    Vorrei aggiungere un altro parametro: unità-tempo benessere, cioè stare bene!
    Vogliamo risparmiare tempo, perché?
    Per stare bene!
    Dunque il valore del mio tempo per un’attività potrebbe esser misurato con l’emolumento allo psicoterapeuta, la seduta di yoga , il personal trainer, una gita e perché no…una bella cena shic.
    Quanto salirebbe il costo del prodotto offerto che vado a scegliere, nel nostro caso lo spettacolo teatrale?
    Tanto sale la qualità
    E come scelgo?
    Come sono stato educato a percepire lo stare bene: e qui entra in gioco l’educazione alla cultura teatrale!
    E grazie ancora a Samuel e alle sue sollecitazioni
    Laura Viganò

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