Officine Teatrali

Parliamo di metodo

Il Metodo recitativo

Ovvero delle diverse strade che portano a imboccare l’unica sbagliata.

In questo breve articolo vorrei parlare de IL METODO RECITATIVO. In un successivo articolo saranno invece presentati i metodi e le tecniche più famose, più efficaci o che meglio sintetizzano scuole diverse. Per parlare d ‘Il Metodo recitativo’ dobbiamo prima accennare agli attrezzi presenti sul bancone.

In Teatro gli unici due ingredienti indispensabili sono l’attore e lo spettatore. Avremo Teatro quando ci sarà almeno una persona che racconta una storia ad almeno un’altra persona che in qualche modo ascolta. Tutto il resto è assai utile, necessario e innovativo ma, dovendo scegliere, superfluo. Per questo in una pedagogia dell’attore piazzerei al primo posto l’esigenza di attori che siano informati e preparati intellettualmente, oltre che fisicamente. Quello che poi distinguerà un attore-esecutore da un attore professionale è la padronanza di un suo metodo. Ora veniamo a questo.

IL METODO

Tutti siamo interessati, in genere, al modo, la via, il procedimento più efficace ed efficiente da seguire nel raggiungere uno scopo, nello svolgere una qualsiasi attività, secondo un ordine e un piano prestabiliti in vista del fine che s’intende raggiungere.

Ora: qual è il fine nel lavoro dell’attore?

Saremmo tutti d’accordo nel dire che è il ‘recitar béne’, ma ciò non risolve la domanda, anzi fa scaturire la successiva: cosa vuol dire ‘recitar béne’? Se prendiamo ad esempio i metodi che si sono ramificati a partire da Stanislavskij penseremo che recitare è vivere ‘vere’ emozioni, essere convincenti, ‘far credere al pubblico che’, essere (sottolineo essere) il personaggio, e giù di lì. Il punto però è che Stanislavskij ha vissuto buona parte della sua esistenza in un periodo in cui naturalismo prima e realismo poi costituivano l’avanguardia. Di fatti il naturalismo è nato come reazione a un teatro artificiale, manieristico, macchiettistico oppure impostato. Stiamo parlando di stili recitativi, modi diversi di rendere la stessa cosa.

Prendiamo il simbolo nel logo delle Officine Teatrali. Non è lampante cosa intendiamo per stile quando pensiamo ai diversi stili che può assumere un oggetto comune come una sedia?

Diversi stili indicano che il metodo usato è stato diversificato

STILI

Quindi quando perseguiamo una forma finale, uno stile, dobbiamo prima di tutto domandarci se quello stile ci piace, se è quello che cerchiamo, se vogliamo specializzarci in quello o se è uno dei tanti che vorremmo conoscere. Soprattutto domandiamoci quanto questo stile si avvicini a noi come individuo anche in base alle modalità necessarie a produrlo. Il conflitto in scena possiamo renderlo tramite commedie, teatro d’inchiesta, tragedia, farsa, pastorale… e non esistono solo stili che sono stati codificati in veri e propri linguaggi, ma ci sono quelli sintetizzati da personalità e esperienze: stile shakespeariano dal bardo, stile assurdo dall’esperienza beckettiana o il teatro di narrazione che possiamo affermare sia uno stile relativamente recente.

Diversi stili implicano tecniche diverse e la giusta tecnica applicata al giusto stile crea la verità scenica. Vi capiterà di emozionarvi di fronte a scene realistiche come anche davanti ad assurdità o di fronte a uno stile in tutto e per tutto grottesco. Questo capita perché lo stile utilizzato ha creato una verità dentro cui sviluppare il conflitto seguendo quella particolare strada e rispettando i suoi codici. Lo spettatore (ma anche l’attore) si emozionerà perché crede che quanto sta accadendo è verosimile. Non importa se si trova davanti a un personaggio col volto rigato di lacrime, un cerone bianco con naso rosso o il viso fisso di legno di una marionetta. Usare alcune tecniche ci permette di giocare con particolari codici, creando uno stile che produce verità scenica.

Fatto salvo che il fine del recitare è dunque puntare a una verità scenica[1], conveniamo che usare l’una o l’altra tecnica ha delle implicazioni su questo processo e non solo sul piano estetico ma anche su quello filosofico e politico. Poniamo che la verità scenica sia l’oggetto della produzione dell’attore, se questo usasse un metodo che gli permettesse di esser consapevole soltanto di una parte del processo produttivo, a lungo andare ciò produrrebbe alienazione. Lo scollamento tra l’attore e il suo oggetto aumenta l’importanza del regista che deve fare da collante e assumere un ruolo sempre più prominente.

Concretamente l’oggetto ‘verità scenica’ si manifesta sotto forma di un personaggio e la domanda che ci facciamo è proprio questa: quali metodi recitativi esistono per creare e ‘governare’ il personaggio? Tento di rispondere a questa domanda in un apposito articolo dedicato ai metodi e le tecniche di recitazione. Ben inteso che non formulerò lì una classifica, ma una lista di metodi selezionati tra quelli più noti.

CONCLUSIONI

Nessuna pretesa ad oggi di creare un dizionario della pedagogia teatrale, ma per concludere il discorso su il metodo recitativo – dove quell’articolo determinativo è chiaramente una provocazione – ci terrei a precisare che:

  1. il conflitto è elemento imprescindibile per la creazione scenica, senza conflitto non c’è storia[2]
  2. il conflitto si racconta tramite le azioni dei personaggi, che possono essere azioni fisiche, verbali, sublimate, represse, dirette, indirette…
  3. il soggetto dell’azione scenica è l’attore che si fa personaggio nella lotta per gli obiettivi da perseguire durante il fatto teatrale

È la sensibilità dell’attore che traduce le relazioni tra gli elementi della struttura drammaturgica e il lavoro coi suoi colleghi in un personaggio. La sensibilità esce dall’attore e si fa personaggio, diventando visibile tramite esso. L’attore si oggettiva artisticamente sul mondo.

Se nulla di questo processo viene tolto all’attore, permettendogli di esser padrone, allora qualsiasi metodo, un mix tra diversi o la sintesi fra alcuni, potrà andare bene. Se seguire un metodo aliena l’attore da tutto o una parte del processo che gli permette di creare il suo oggetto, allora probabilmente state sbagliando metodo. Non fa per voi.


Samuel Maverick Zucchiati
Formatore, educatore e consulente
Insegnante di teatro presso le Officine Teatrali

[1] Fine dell’Arte è solo la bellezza e tramite la verità scenica ci si avvicina, ma sarebbe assai complesso aprire questa parentesi. Magari dedicheremo al tema un suo spazio.

[2] La vita umana è conflitto.

Parliamo di metodo

Un commento su “Parliamo di metodo

  1. Articolo molto interessante che suscita domande, come solito dell’autore, piuttosto che dare risposte.
    Il primo punto che mi ha fatto riflettere è la definizione di “attore professionale” che si distingue dall’essere esecutore, dalla padronanza di un metodo.
    Un metodo per far che? Ah sì, per “recitar bene” .
    A me piace il termine interpretare (ma forse non è ortodosso!): cioè dare a quel personaggio, a quelle circostanze, a quella scena una mia personale lettura.
    E poi SOLO l’attore professionale? Cosa s’intende con questo termine? Credo sia necessario un articolo specifico
    Quindi l’attore (professionale o meno che sia) ha come fine “rendere la scena verosimile” e per raggiungerlo si caratterizza con uno stile e un metodo.
    Ma gli stili e i metodi non è meglio che siano vari e molteplici in modo da adeguarsi, quasi a calzare, vestire, aderire alle diverse realtà sceniche?
    Scelgo solo scene che mi permettano di esprimere lo stile che mi connota o mi sforzo di trovare un mio metodo che mi permetta di avvicinarmi a personaggi lontani dal mio stile e riversarlo anche in essi?
    Da un altro punto di vista mi ritorna un concetto che avevo trovato in P. Brook Il punto in movimento: il pubblico assiste ad uno spettacolo. Ma assiste chi? Ovvio l’attore perché il suo personaggio sia credibile. Da qui un’altra domanda: ma il metodo allora non deve cambiare anche a seconda del pubblico che assiste? In modo che il personaggio produca quella verità comprensibile e condivisibile da chi partecipa e assiste.
    Completamente d’accordo con la parte conclusiva: il conflitto, le azioni e gli obiettivi, dove mi piace molto sentir parlare di “azione repressa”, altri direbbero “trattenuta”, comunque un non fatto o un non detto (anche la parola è azione verbale!) che crea spessore, intensità all’azione stessa.

    Laura Viganò
    Socia e
    in formazione alle Officine teatrali

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