Officine Teatrali

Il TEATRO rende gli INSEGNANTI più EFFICACI?

Il TEATRO rende gli INSEGNANTI più EFFICACI? Officine Teatrali
Il TEATRO rende gli INSEGNANTI più EFFICACI? Officine Teatrali

Il teatro rende gli insegnanti più efficaci?
Insegnare è “lasciare un segno”. E mentre lo scultore lascia un segno sul marmo con lo scalpello, ci auguriamo che gli insegnanti non utilizzino stesso metodo e stesso attrezzo!
E’ la comunicazione efficace il metodo fondamentale per un insegnante e i suoi strumenti sono corpo, voce, spazio e testo. Una grande passione per l’insegnamento e per la propria materia di certo aiuta, è un ottimo primo passo. Potremmo definirlo il talento base che un insegnante si porta appresso. Ma il talento senza la fatica di coltivarlo è proprio come la velocità della lepre che viene battuta dalla costanza della tartaruga. Vale a dire che il talento non basta.

Per insegnare si parte dal conoscere la disciplina di riferimento, ma quello che rende efficace la lezione sono una serie di tecniche, consapevolezze e atteggiamenti. Questi oggi sono studiati da tutte le scienze, mentre sono padroneggiati dal teatro da tempo. Molti gli insegnanti che hanno frequentato percorsi di formazione teatrale, intuendone l’utilità nel perseguire una migliore comunicazione in classe. Intuendo che lo studio dell’attore incentrato su azione-reazione nel qui-e-ora sembra proprio lo stesso nodo comunicativo-relazionale del docente. Intuendo, infine, che improvvisare non è fare o dire di getto, bensì usare creativamente una grammatica del corpo, della voce e dello spazio. Proprio come improvvisiamo discorsi al bar usando regole grammaticali e sintattiche complesse apprese in anni di studio.
Non affermava proprio questo Rodari nella sua Grammatica della Fantasia?

In questo articolo ci domandiamo cosa dovremmo mettere in campo per rendere una lezione (non sbilanciamoci dicendo “entusiasmante) per lo meno più interessante e comprensibile. Con al speranza che i nostri studenti si interessino dell’argomento anche fuori dalla lezione?

TIPI, ARCHETIPI E GUIDE?

Ci sono molti scritti che parlano di modelli e stili in cui un docente può o meno riconoscersi, ma questi sono dei ‘tipi’, nulla più. Ora possiamo metterci il cuore in pace: nessuno di noi assomiglierà mai all’insegnante ‘tollerante’ o a quello ‘direttivo’. Per fortuna! Aggiungerei.
Un modello, come anche un archetipo, sono il riassunto che rappresenta una categoria umana, a cui rifarsi se vogliamo comunicare qualcosa di universale. Lo hanno scoperto bene i comici italiani che già dal 1400 d.c. hanno raffinato la commedia latina fino a creare la Commedia dell’Arte. Questa era un genere, uno stile e un linguaggio che ha fatto da padrone sui palchi d’Europa fino al tardo ‘700 (trovate qui del materiale).
Pochi possono dire di essere un ‘Pantalone’ o un ‘Arlecchino’. Tuttalpiù possiamo vestire i panni di personaggi così archetipizzati per esser più diretti nel comunicare un messaggio artistico, politico o culturale. In questo caso consiglio Pulcinella per parlare del sottoproletariato e Brighella per trattare della piccola borghesia nata in seno alla rivoluzione industriale. La relazione d’apprendimento è basato su noi e non su dei tipi fissi.

Quello che si cerca di dire è che OGNUNO DI NOI DEVE CREARSI UN PROPRIO STILE COMUNICATIVO basato sulle proprie caratteristiche corporee, sociali, caratteriali…

Quindi cominciamo a rispondere a parte della domanda iniziale: il teatro rende un insegnante più efficace? Sì, dal momento in cui un percorso teatrale è prima di tutto scoperta di sé e crescita personale sia sulla padronanza del proprio corpo sia sulla conoscenza della persona che siamo. Va da sè che anche un percorso di psicoanalisi, un viaggio nel deserto e il torneo di briscola potrebbero avere lo stesso effetto, ma un corso di teatro è più efficace perché ha proprio questo obiettivo.
Non esiste attore che non continui a sottoporsi a un allenamento psicofisico per usare al massimo i propri strumenti comunicativi. Questo include un discorso in riferimento ai diversi corpi che caratterizza ogni comunicatore: dalle disabilità, alle prestazioni fisiche e emotive che variano con l’età, dal sesso del comunicatore allo status comunicativo che gioca preferibilmente nella vita di tutti i giorni.

Mai allora è risultato così vero il monito greco CONOSCI TE STESSO.

UNO STUDIO

Certo, oltre a iscriversi a un corso di teatro, può essere utile riconoscere a quali stili comunicativi siamo più vicini e da quali più lontani. In questo modo sarà più facile porsi domande essenziali come: quali caratteristiche dovrei possedere per essere comprensibile a lezione? Quali aggiustamenti possono adoperare per potenziare le mie peculiarità e smussare quei meccanismi che in classe sono poco efficaci?
Sarebbe interessante porsi questa domanda periodicamente e si da il caso che se la sia posta anche la Purdue  University che ha somministrato a 2.775 studenti un questionario per valutare l’efficacia dei propri insegnanti.
Nel caso del campione indagato dalla Purdue University, la percezione è che l’efficacia del’insegnamento sia connesso strettamente alle modalità comunicative e non all’argomento in sé, all’età dell’utenza o agli strumenti utilizzati.

E UNA QUESTIONE DI METODO che si basa su un PROPRIO STILE COMUNICATIVO.

In questa ricerca troverete che le variabili  identificate come ‘efficaci’ sono state organizzate in atteggiamenti o forme espressive:

L’INSEGNANTE AMICHEVOLE/APERTO rinforza il Sé del discente e punta a far capire agli studenti che sono  persone degne di riconoscimento, interesse e affermazione (okness dell’approccio gestaltico) attraverso una lezione non frontale ma che usa la relazione come base forte della comunicazione.

L’INSEGNANTE RILASSATO è di certo il più calmo e questo fa sì che gli studenti percepiscano sicurezza e controllo nel processo d’apprendimento. Di certo non vedrete un ‘insegnante ‘rilassato’ urlare in classe.

L’INSEGNANTE ATTENTO spende energia per palesare il suo interesse per ciò che si sta facendo e ci fa pensare che metta passione in quello che fa, inducendoci a porre maggiore attenzione al messaggio.

Un INSEGNANTE PRECISO invece potremmo identificarlo in quel collega che spiega con estrema padronanza l’argomento.

L’INSEGNANTE DRAMMATICO è ovviamente il nostro preferito e non si riferisce ad atteggiamenti tragici, bensì controlla corpo, voce, spazio e testo per raggiungere lo scopo che si prefigge. Ha consapevolezza di sé, degli strumenti che è solito usare per raccontare storie, selezionandole tra quelle più belle e e significative, utilizzare aneddoti della vita reale e attuale, cercare sempre nuove immagini stimolanti e figure retoriche che attivino la fantasia e quindi le connessioni sinaptiche. E’ infine solito usare un’alta energia come un tipo ‘ATTENTO’.
Queste caratteristiche permette a un insegnante drammatico di portarsi a casa il tasso di attenzione e efficacia più alto tra tutti. Un successo maggiore nel raggiungere l’ascolto attivo da parte della classe. Una prima risposta alla domanda: il teatro rende gli insegnanti più efficaci?

L’importante è capire bene che queste variabili cambiano più che altro nel grado, poiché ogni insegnante ha in sé tutti i ‘tipi’ e la consapevolezza e la padronanza di un individuo nel selezionare gli atteggiamenti più funzionali al pubblico che si trova davanti aumenta la possibilità di far breccia nello spettatore e costruire una relazione efficace con la classe.

PERCHÉ È PIÙ EFFICACE?

Quindi? Il teatro rende gli insegnanti più efficaci? Sicuramente seguire un Corso di Teatro è per l’insegnante uno dei modi più efficaci per raggiungere questa consapevolezza e questa efficacia.
Infatti in un percorso teatrale ben strutturato si coltivano proprio quelle capacità che gli studenti interrogati dalla Purdue University hanno indicato come efficaci nell’insegnamento:

1. Catturare e gestire l’attenzione del pubblico.

2. Modulare quello che Keith Johnstone, maestro dell’improvvisazione, definiva lo status.

3. Essere consapevole dell’andamento della comunicazione (dello spettacolo) per poter intervenire cambiando atteggiamento, l’uso dello spazio e della prossemica, modulare il gli elementi espressivi della voce o improvvisando storie e aneddoti per ridestare il pubblico dormiente.
Questa consapevolezza de facto rende più semplice creare empatia mediante l’ascolto attivo, trasmissibile solo con un atteggiamento comunicativo che permette di percepirlo come tale: interessato, con accettazione incondizionata dell’altro e in sospensione del giudizio.

4. Stimolare l’immaginario dello spettatore, allenando in primis quello che Cechov chiamava l’immaginario dell’attore.

5. Usare le emozioni in modo tattico rispetto alla strategia educativa o didattica, per esempio fissare un concetto connettendolo a un vissuto emotivo che si va a creare nel contesto della classe attraverso l’interpretazione di una lettura.
Ovviamente si intende qualsiasi emozione, perché non solo far ridere gli studenti li porta ad apprendere ma anche farli arrabbiare per gli accadimenti storici in programma, sconcertare di fronte all’evidenza di una teoria matematica, eccitare per la sagacia letteraria di quello scrittore che sbeffeggiava i potenti!
Di fatto questa competenza squisitamente teatrale permette di controllare lo stato d’animo della classe.

Competenze teatrali per innovare il metodo d’insegnamento

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Il docente che padroneggia la scena

Queste competenze attorali in un insegnante sono messe al servizio di un diverso scopo da quello di intrattenere un pubblico pagante (se mi permettete di banalizzare solo per un momento il mestiere dell’attore), ovvero l’obiettivo di massimizzare la possibilità degli studenti di apprendere ed essere influenzati positivamente.

Molti gli studi evidenziano come l’uso degli aspetti corporei, prossemici, verbali e paraverbali, sinestesici e di contatto corporeo muove l’orientamento motivazionale degli studenti. Come anche aiutano elementi visivi (immagini, audio, musica) e persino costumi e scenografie (si veda il modello americano dove è molto diffuso il role play)
Usare tecniche del teatro nella relazione di apprendimento rende questa relazione molto più simile a un gioco che non a un lavoro. Non è necessario dire che non sono d’accordo nell’assimilare la Scuola a una macchina organizzativa che prepara per competenze i lavoratori di domani.
E’ la cosiddetta “motivazione ad apprendere” il punto cruciale sul quale il teatro rende gli insegnanti più efficaci. Perché non portare la lezione frontale verso forme più comunicative, più relazionali e più vicine al gioco, mezzo di apprendimento naturale per eccellenza (Gray, 2013)?
Il docente che padroneggia la scena, come un buon attore che pondera la sua presenza sul palco, più facilmente proporrà forme innovative di conduzione.

Non abbiamo risposto alla domanda “Il TEATRO rende gli INSEGNANTI più EFFICACI?”. Ma cominciare a investire sulle proprie competenze comunicative a partire dal teatro, può aprire poi a diverse sperimentazioni. Ma prima sarà necessario coltivare la consapevolezza del proprio potenziale e collezionare tecniche in grado di confezionarsi un proprio stile comunicativo.

Samuel Maverick Zucchiati
Formatore, educatore e consulente
Insegnante di teatro presso le Officine Teatrali

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Il TEATRO rende gli INSEGNANTI più EFFICACI?

4 commenti su “Il TEATRO rende gli INSEGNANTI più EFFICACI?

  1. Insegnare è anche stare?

    Per rispondere alle sollecitazioni dell’articolo “Il teatro rende gli insegnati più efficaci?” ho pensato alla quotidianità di questo “mestiere” piuttosto che ai nobili motivi che ci spingono a svolgerlo.
    Di solito si pensa che insegnare sia un’azione sociale, un’azione volta a fornire gli strumenti per ridurre le discriminazioni, sociali, razziali, di genere, di lingua, ecc.., volta a stimolare la ricerca, lo spirito critico, la collaborazione come modalità d’interazione, cioè tutte attività volte a modificare la realtà… ma questo sul lungo periodo, questi sono alcuni dei grandi obiettivi.
    Ma cosa faccio quando entro in classe ogni mattino? Come porto quei circa quaranta occhi ad assumere un’espressione viva, curiosa, presente? Forse la prima ad essere presente devo essere io: devo STARE, scenicamente parlando.
    Cosa intendo con questo verbo? Essere consapevole di trovarmi all’interno di una situazione, di cui conosco alcune circostanze, ma non come si evolverà l’azione, come sosteneva il formatore Samuel Zucchiati nell’articolo citato, come reagirà o reagiranno i miei interlocutori alla mia proposta di lavoro, cioè alla mia AZIONE.
    Il parallelismo con il teatro è vissuto quotidianamente: dal momento in cui si entra in aula e si hanno di fronte persone che aspettano (più o meno) uno stimolo per reagire. Se l’insegnante ne è consapevole, si renderà conto che il suo STARE inizia appena varcata la soglia: talvolta bisogna lasciar fuori il sorriso, perché è successo qualcosa che richiede uno status autorevole di serietà, talaltra occorre sdrammatizzare e quindi avere una presenza del tutto diversa. Si è costantemente in scena, anche semplicemente per accendere un pc e firmare il registro: i soliti quaranta occhi ti stanno osservando per capire il tuo umore, l’intenzione, il tuo obiettivo odierno (interrogherà?) e diventare, se necessario, dei degni opponenti.
    Certo, è fondamentale non solo conoscere, ma padroneggiare, arricchire, insaporire il testo, dove la proposta di contenuto e la collocazione nel contesto è dell’insegnante, ma la rielaborazione può essere fatta insieme: come però verranno rielaborati e riproposti i contenuti è tutto da inventare, in una sorta d’improvvisazione, nella quale i testi sono più che mai chiari e precisi. Questa situazione ha come sottotesto una ricerca di divertimento, intendendo con questo termine un senso di benessere che deriva dall’accoglienza del modo creativo e unico, personale e irripetibile di esprimersi di ciascun soggetto implicato nella relazione.
    Tutta questa pratica si inserisce nel dibattito sulla ricerca didattica in corso: si parla di didattica laboratoriale, dell’imparare facendo, di flipped classroom e di apprendimento cooperativo; con quest’ultimo termine mi piace pensare che sia io, insegnante, ad imparare qualcosa dagli alunni, che diventano più attivi nel loro processo di apprendimento…più attori!
    E allora questa consapevolezza di essere attore, cioè di agire in un contesto, perseguendo un obiettivo diventa un’esperienza condivisa coi ragazzi, per i quali è altrettanto auspicabile una formazione teatrale….ma di questo forse parlerà un altro intervento.

    Laura
    Docente di Lettere
    Scuola Secondaria di I grado

    1. Gentile Professoressa,
      le sue osservazioni sono preziosissime. In particolare apprezzo il modo semplice in cui ha descritto il parallelismo palcoscenico-classe quando dice:
      “Si è costantemente in scena, anche semplicemente per accendere un pc e firmare il registro: i soliti quaranta occhi ti stanno osservando per capire il tuo umore, l’intenzione, il tuo obiettivo odierno (interrogherà?) e diventare, se necessario, dei degni opponenti.”

      Il riferimento al dispositivo obbiettivo-opponente del Metodo delle azioni Fisiche calza a pennello.
      Samuel Zucchiati

  2. L’insegnante a scuola fa continuamente teatro, magari parlando di cose che potrebbero risultare ‘noiose’…è buona prassi tenere alta l’attenzione giocando con i ragazzi, imparando a scherzare con loro e,soprattutto,a ridere anche se non se ne ha voglia. Non conosco ciò che vedono o che fanno fuori dalla scuola se non per sentito dire,ma il corpo del docente (inteso proprio come corpo fisico) fa passare messaggi più chiari di tante parole e loro, i ragazzi, capiscono subito …simpatia ed empatia. Si può imparare,fatevelo dire da una docente esperta (per non dire antica)

    1. Gentile (e Antica) Calamani,
      ringrazio per aver condiviso in sintesi la sua lunga esperienza e, aggiungo, concordo in pieno. In pratica parliamo di veder quello che facciamo con sguardo d’attore.
      Spesso il medico che vede le persone su un piano fisiologico, in continua lettura di sintomi, diagnostichiamo una DEFORMAZIONE PROFESSIONALE perché invasiva e senza limiti. Potrebbe esserlo anche lo sguardo dell’attore, ma se usato con sapienza, come in sostanza afferma nel suo commento, diventa strumento di lettura e di intervento in classe!
      Samuel Maverick Zucchiati

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